Quando l’Italia scoprì che esisteva il neofascismo
Nelle ultime settimane, precisamente a partire dal pestaggio a morte di Nicola Tommasoli a Verona da parte di cinque neonazisti, neofascisti, balordi o che dir si voglia, la stampa ha iniziato a parlare del fenomeno del “branco”. Programmi televisivi di approfondimento indagano sulla realtà politica giovanile, nei salotti televisivi si discute sulle motivazioni di tali atteggiamenti, sui giornali interi editoriali sono dedicati all’indignazione e alla voglia di “tolleranza zero”.
È di stamattina la notizia del ritrovamento nel computer di un quattordicenne di Viterbo arrestato per bullismo di materiale neonazista: svastiche, celtiche, filmati di risse allo stadio.
Il sindaco di Verona Tosi (leghista) tenta invano, di fare distinguo, di condannare l’episodio che riguarda la sua città. Intanto dimentica di essere rappresentante proprio di quella politica che ripudia il diverso, che sfotte l’omosessuale, che offende lo straniero. Tutta la destra cosiddetta “istituzionale” si impegna a fare di tutto per dissociarsi da movimenti definiti “certe frange di estremisti”, che in realtà non sono poi così pochi, come vogliono farci credere. Cosa distingue gli uni dagli altri? Quanto c’è di diverso? Semplicemente che gli uni parlano, gli altri agiscono.
Non possiamo stupirci, né indignarci. L’Italia intera ha il dovere di riflettere sui passi che ha compiuto in cabina elettorale, quando a Roma metteva una X sul nome di un “ex combattente neofascista, che ancora indossa la croce celtica appartenente all’amico di destra morto durante un combattimento” (The Independent, 29 aprile 2008), che in Piazza del Campidoglio veniva salutato così:

A nessuno può dare la colpa l’Italia, se non a se stessa.

