Non siamo così soli
Sono passati quasi quattro mesi da quella notte e si sono spese tante parole sull’argomento. Il trauma vissuto e non ancora del tutto superato, nonché la vita difficoltosa e piena di ansie mi ha portato a evitare di raccontare la mia esperienza di blogger terremotata come staranno facendo centinaia di persone (aquilane e non). Come sempre preferisco non scrivere piuttosto che rischiare di cadere nell’ovvietà del racconto. Voglio però esprimere qualche riflessione… si tratta di quei penseri che ti vengono mentre cammini per strada e che decidi di fissare perché sai che passeranno. Un po’ come una melodia nella mente di un compositore.
Dopo quasi quattro mesi di vita stravolta e zoppicante, costellata da momenti di euforia seguiti da momenti di disperazione totale, arriva il momento in cui si inizia a razionalizzare la situazione. Ti ritrovi quindi a sentire delle semplici parole di una canzone che recitano “non siamo così soli”, una banalità così azzeccata che le lacrime involontariamente iniziano a uscire, lentamente… quelle lacrime che sono rimaste dentro, incapaci di venire allo scoperto, che bruciavano troppo per poter essere piante. Fino a qualche tempo fa il dolore era così forte che la mente cercava di negarlo, di confinarlo all’esperienza di un sogno mal vissuto. Un dolore sordo, mai immaginato, mascherato dal sollievo per ciò che il mostro ci ha voluto risparmiare, per ciò che ha avuto la decenza di lasciarci.
Il lutto è un’esperienza comune a tutti, ma una perdita così grande e ingiusta è per fortuna bagaglio di pochi. Anche in questo caso, la negazione inconsapevole dell’orrore accaduto mi ha portato a non riuscire a versare nemmeno una lacrima mentre tutti intorno a me non potevano farne a meno.
Inutile illudersi del fatidico “ritorno alla normalità”. Perdere tutto come è successo a noi ti porta ad aggrapparti alla straordinarietà delle piccole gioie quotidiane, quelle date da un sorriso che ti viene regalato da un volontario o da un bel piatto di parmigiana preparato dai fantastici ragazzi della Marina.
L’istinto di sopravvivenza è forte, e ci porta a vivere la situazione con dignità e speranza, con quel pizzico di ottimismo che ogni tanto vacilla, ma che mai scompare.
L’Aquila
Questa è L’Aquila, quella che il TG1 del 31 marzo ha avuto il coraggio di definire “paese“. Quella che, contrariamente a quanto vorrebbero in molti, è il capoluogo dell’Abruzzo. Osservate, gente…

Scherziamo?
È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un’azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. “Lei dove va?”. Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: “Non li abbiamo notati”.
Curzio Maltese su Repubblica, 29 ottobre 2008
Accade in Abruzzo
“In Abruzzo è accaduto qualcosa di vergognoso: Alì Juburi, detenuto iracheno a L’Aquila, è morto lunedì scorso dopo uno sciopero della fame.
Tentava, con le sue poche parole in italiano, di affermare la propria innocenza dopo la condanna per il presunto furto di un telefonino e di denunciare l’assurdità della detenzione in un carcere di massima sicurezza. Nessuno ha raccolto quelle poche parole e ciò stride vergognosamente con quanto è accaduto dopo l’arresto di Ottaviano Del Turco. Nei diversi carceri abruzzesi che hanno ospitato gli indagati di Sanitopoli c’è stato un nutrito pellegrinaggio: vi sono passati i senatori Franco Marini, Giovanni Legnini e Marcello Pera, i deputati Pierluigi Mantini (componente della Commissione Giustizia e del Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa), Giancarlo Lehner (anch’egli in Commissione Giustizia) e Renato Farina.
Nessuno di loro si è accorto, in queste vistose trasferte, dei detenuti non eccellenti. Nessuno di loro si accorto di un detenuto extracomunitario che stava morendo in Abruzzo per uno sciopero della fame. Le sue poche parole nessuno di loro le ha sapute raccogliere. Se uno solo di quei tanti parlamentari, che si sono mossi per il detenuto eccellente Del Turco, avesse prestato anche attenzione alle condizioni generali delle carceri, forse sarebbe passato a L’Aquila e avrebbe raccolto le parole di Alì Juburi”.
Marco Gelmini, segretario regionale di Rifondazione comunista
Quando l’Italia scoprì che esisteva il neofascismo
Nelle ultime settimane, precisamente a partire dal pestaggio a morte di Nicola Tommasoli a Verona da parte di cinque neonazisti, neofascisti, balordi o che dir si voglia, la stampa ha iniziato a parlare del fenomeno del “branco”. Programmi televisivi di approfondimento indagano sulla realtà politica giovanile, nei salotti televisivi si discute sulle motivazioni di tali atteggiamenti, sui giornali interi editoriali sono dedicati all’indignazione e alla voglia di “tolleranza zero”.
È di stamattina la notizia del ritrovamento nel computer di un quattordicenne di Viterbo arrestato per bullismo di materiale neonazista: svastiche, celtiche, filmati di risse allo stadio.
Il sindaco di Verona Tosi (leghista) tenta invano, di fare distinguo, di condannare l’episodio che riguarda la sua città. Intanto dimentica di essere rappresentante proprio di quella politica che ripudia il diverso, che sfotte l’omosessuale, che offende lo straniero. Tutta la destra cosiddetta “istituzionale” si impegna a fare di tutto per dissociarsi da movimenti definiti “certe frange di estremisti”, che in realtà non sono poi così pochi, come vogliono farci credere. Cosa distingue gli uni dagli altri? Quanto c’è di diverso? Semplicemente che gli uni parlano, gli altri agiscono.
Non possiamo stupirci, né indignarci. L’Italia intera ha il dovere di riflettere sui passi che ha compiuto in cabina elettorale, quando a Roma metteva una X sul nome di un “ex combattente neofascista, che ancora indossa la croce celtica appartenente all’amico di destra morto durante un combattimento” (The Independent, 29 aprile 2008), che in Piazza del Campidoglio veniva salutato così:

A nessuno può dare la colpa l’Italia, se non a se stessa.
Berlusconiani in incognito
Ebbene sì, sembra ancora strano dirlo, ancor più pensarlo, ma pare che il tour de force della 2 giorni elettorale sia finito. La par condicio è finita, oramai ognuno può dire ciò che vuole. Io, purtroppo per me, faccio parte di quella schiera di elettori che non saranno rappresentati al governo, e non posso che arrendermi dinanzi alle leggi della democrazia, che premia chi raggiunge il maggior numero di consensi elettorali.
Una cosa però non me le riesco a spiegare: dove sono tutti quelli che hanno votato Berlusconi? Sono il 47% della popolazione italiana, possibile che negli ultimi mesi io ne abbia incontrati 2, massimo 3? Io una mia idea me la sono fatta: molti di quelli che lo votano si vergognano di dirlo.
A differenza di quello che vogliono farci credere dalla TV, tra i giovani si parla di politica, si discute, ci si confronta. Nei due mesi che hanno preceduto le elezioni ho parlato con tante persone di quello che si aspettavano da questo evento, di cosa pensavano fosse meglio fare, di come pensarla, ecc. Bene, tutti paventavano l’imminente ritorno del silvio nazionale, tutti avrebbero votato per far sì che non accadesse.
O i comunisti li conosco tutti io, oppure qualcuno, preso dalla corrente antiberlusconiana dei discorsi, si è sentito imbarazzato a dire apertamente che invece lo avrebbe votato.
Signori, che dire? a ognuno la sua azzurra libertà di parlare e ragionare di politica.
Bejing 2008

Immagine diffusa da Reporter senza frontiere
Scambiatevi un segno di buzz
Il buzz marketing: la nuova sfida
Addio vecchie pubblicità, pretenziosi spot di pochi secondi, corse alla battuta e al jingle più accattivanti: la nuova frontiera del marketing è il passaparola.
Il buzz marketing (o viral marketing) sembra essere la nuova frontiera della promozione pubblicitaria. Il sistema è apparentemente molto semplice: si individuano alcuni consumatori particolarmente soddisfatti del marchio e si affida loro il ruolo di “promotori” del marchio stesso. Come? Stimolando discussioni, curiosità, incitando a parlarne in giro con gli amici e i parenti, che saranno incuriositi dal prodotto e lo acquistaranno, diventandone magari promotori inconsapevoli a loro volta.
Il marketing attuale scavalca i classici mezzi di comunicazione; tende a sfruttare soprattutto i cosiddetti social media, ossia tutti quei luoghi di comunicazione e condivisione presenti sulla rete Internet: blog, video blog, siti di social networking. Un sapiente uso della rete che può portare grandi vantaggi alla propria attività.
Il passaparola nel mondo della traduzione
Il mondo della traduzione è sempre stato strettamente connesso al passaparola. Ogni traduttore professionista ha visto crescere man mano la propria carriera grazie soprattutto all’espandersi della sua reputazione, lavorando sulla serietà, la professionalità e la qualità. Internet ha portato una grande innovazione, moltiplicando le possibilità di proporsi e pubblicizzarsi. Sapersi presentare e puntare alla qualità del proprio lavoro era e resta la tecnica pubblicitaria migliore per un giovane traduttore.
Una grande risorsa presente sulla rete è rappresentata dalle numerose community di traduttori (Proz, Biblit). In questi spazi è possibile scambiare e condividere opinioni, proposte di traduzione e lavori. Il forum di Proz, ad esempio, viene sfruttato per esprimere idee riguardo il mestiere del traduttore, il suo stile di vita, le tariffe applicate, la professionalità, i problemi fiscali ecc. È possibile porre domande su dubbi terminologici e ottenere soluzioni da altri professionisti, oppure chiedere consigli utili per quanto riguarda l’ingresso nel mondo del lavoro.
Ci sono poi le mailing list (come ad esempio Langit), liste di discussione su problemi terminologici, etici e professionali.
Semplificare la comunicazione rappresenta la priorità assoluta. Il passaparola favorisce la diffusione di un rapporto di fiducia tra il traduttore e il committente, che è sicuro di avere a che fare con un professionista serio di cui altre persone si sono ritenute soddisfatte.
Piccole saggezze popolari…
Caro fratello bianco,
quando sono nato, ero nero,
quando sono cresciuto, ero nero,
quando sono al sole, sono nero,
quando sono malato, sono nero,
quando morirò, sarò nero.
Mentre tu, uomo bianco,
quando sei nato, eri rosa,
quando sei cresciuto, eri bianco,
quando hai freddo, sei blu,
quando hai paura, sei verde,
quando sei malato, sei giallo,
quando morirai, sarai grigio.
Allora, di noi due,
chi è l’uomo di colore?
Tradizione orale africana




